Le parole
udite all’osteria hanno agitato l’animo del povero Renzo, che è convinto di
essere cercato ovunque, per essere sbattuto in prigione; pertanto, lasciando
Gorgonzola, è combattuto da due diversi pensieri: correre per arrivare presto a
Bergamo, o star nascosto. Fiducioso che l’oscurità non permetterà a nessuno
di riconoscerlo, decide di proseguire verso Bergamo.
Imbocca
subito « una stradicciola a mancina », sicuro
di allontanarsi da Milano, e intanto, con tanta rabbia in corpo, pensa di essere
vittima della malvagità altrui, che quanto ha riferito quel mercante è falso,
che lui non ha commesso nulla di male, che lui ha rischiato d’esser travolto,
per salvare il vicario, che quel fascio di lettere è pura e semplice fantasia
dei malvagi, che si tratta di una sola lettera, scritta da un religioso ad un
altro religioso. E intanto, mentre si allontana sempre più da Milano; la paura
di essere inseguito o scoperto non gli dà più fastidio; lo infastidiscono,
invece, « le tenebre, la solitudine, la stanchezza cresciuta », e il dover
camminare di notte, come un malvivente o ladro, giacché di notte si trova in
strada solo « un cavaliere in carrozza ».
Renzo,
intanto, continua a brancolare nel buio, lontano dal consorzio umano; la
campagna è incolta, selvaggia; la sua mente è tempestata da immagini orribili
e da fantasmi: reminescenze infantili. Ha terrore, e recita delle preghiere, per
sentirsi un po’ sollevato. Ora si addentra, anche se contro voglia, e con un
certo ribrezzo, in un bosco; gli alberi si stagliano a guisa di mostri; il fruscìo
delle foglie calpestate gli dà fastidio, la brezza pungente gli penetra sino
alle ossa: per il povero Renzo è un momento drammatico, che l’autore descrive
con sublimi accenti poetici. Sembra esser preda del terrore; quella solitudine
in un mare d’oscurità lo atterrisce; si ferma un istante, ed è sul punto «di
tornare tra gli uomini, e di cercar un ricovero, anche all’osteria ». Ma
ecco, come per un prodigio divino, un gorgoglìo arrivare al suo orecchia,
ascolta più attentamente: « è l’Adda ».
Corre verso il rumore, e vede luccicare l’Adda, e in lontananza, al di là
dell’altra riva, «una macchia
biancastra »: è Bergamo. Quindi, rincuorato, passa la notte in una
capanna, non molto lontana dal fiume, in attesa dell’alba.
Renzo nella
capanna non fa un sonno tranquillo; appena ha chiuso gli occhi, immagini odiose
affollano la sua mente (il notaio, l’avvocato Azzeccagarbugli, l’oste, don
Rodrigo, ecc.), solo tre persone gli sono care e gli tornano gradite alla mente:
padre Cristoforo, Lucia e Agnese.
All’alba,
« con un cielo che prometteva una bella
giornata », Renzo, data un’occhiata a destra e a manca, e non scorgendo
alcuno, si avvia verso il fiume, e qui un pescatore dietro compenso di «
una berlinga », lo trasporta a altra riva. Una volta messo piede a terra,
senza più la cautela di prima, ma con naturale disinvoltura, si avvia verso
Bergamo.
Mentre
percorre l’ultimo tratto del suo viaggio, il suo animo si riempie di
tristezza, nel vedere in quei luoghi tanta miseria e desolazione; ed è felice
di privarsi di quei pochi spiccioli rimasti, per soccorrere dei disgraziati che
soffrivano la fame; per quella buona azione si sente riconfortato. «
La c’è la Provvidenza », pensava tra sé.
Sereno e
fiducioso nel futuro, si abbandona a delle rosee previsioni, come la possibilità
di trovar lavoro, di metter su casa, di chiamare Agnese e Lucia, e, finalmente,
di sposare.
Ma, mentre
Renzo con la fantasia anticipa il suo futuro, ecco che giunge a Bergamo!
L’incontro con Bortolo è molto affettuoso; il cugino si dimostra cordiale e
generoso; gli promette tutto il suo interessamento, farà in modo che potrà
vivere tranquillamente, anche se è tempo di carestia.
